Casa dei diritti : progetto turistico alberghiero a Malfatano
cantiere S.I.T.A.S. s.p.a., Tuerredda
da La Nuova Sardegna, 6 ottobre 2010
LA LETTERA. Il progetto di Capo Malfatano non devasta affatto l’ambiente e crea il lavoro che manca. Non tutti gli investimenti cementificano. Esistono anche interventi che non snaturano né il territorio né la nostra identità. Gian Piera Mavuli, presidente Casa dei Diritti
Caro direttore, ritengo utile intervenire su quanto scritto il 4 ottobre scorso sulla «Nuova Sardegna» da Giorgio Todde, uno dei miei scrittori preferiti, in un pezzo titolato: «A Teulada il turismo diventa nuovo feudalesimo». Sono la presidente dell’associazione Casa dei diritti, che in questi ultimi anni (e «La Nuova» ne ha sempre dato conto) si è occupata di battaglie come quelle sul precariato dei giovani, il diritto al testamento biologico, la denuncia per gli autovelox illegali. Ho recentemente visto, carte alla mano, il progetto Capo Malfatano. Penso si tratti di una realizzazione che, una volta terminata in tutte le sue parti, avrà un impatto ambientale praticamente nullo. Da sarda quanto Todde mi auguro che in futuro i progetti turistici abbiano qualità pari a quelle del progetto Malfatano. Ma non sono sicura, purtroppo, che questo accadrà. Ho come la sensazione che Todde faccia della sua critica una questione a metà tra il filosofico e l’ideologico, riproponendo un antico schema di contrapposizione del buono con il cattivo, del bene contro il male, della tradizione e della sardità vergine aggredite dall’imperialismo del mattone e del capitale. Con la dovuta cautela, dovremmo, noi sardi, entrare nell’ordine di idee che gli imprenditori che decidono di investire nella nostra Regione non sono sempre e tutti cementificatori che utilizzano il mattone come un’arma pronta a uccidere la nostra identità. Certamente abbiamo subito molte cementificazioni in questi ultimi anni e altre sono state sventate, ma proprio per questo non trovo giusto fare di tutt’erba un fascio. Il progetto Capo Malfatano è firmato da fior di architetti e la firma di questi progetti è vitale per la buona reputazione di uno studio di architettura. Anche i progetti del Betile a Capo Sant’Elia o del nuovo campus universitario di Cagliari erano di grande impatto visivo: qualcuno, tranne la pattuglia dei soliti esaltati, si è levato per dire che no, non si dovevano fare? Aggiungo un’altra riflessione: si è per caso chiesto l’ottimo Todde come mai due amministrazioni di colore diverso hanno dato l’assenso al progetto? Sarà forse perché si sono entrambe rese conto che qualcosa bisogna fare per un paese che altrimenti va dritto verso la morte sociale? Come centinaia di altri piccoli comuni della Sardegna, peraltro. Il progetto Capo Malfatano rappresenta una occasione unica per l’economia del nostro territorio, alle prese con una crisi gravissima, grazie al valore aggiunto che sviluppa e continuerà a sviluppare, quando la nuova struttura alberghiera sarà a regime. Mi riferisco in particolare all’occupazione diretta che sta generando e alle future nuove opportunità professionali. Concludo dicendo che leggendo l’intervento di Todde mi è venuta in mente una vicenda personale: nemmeno tanto tempo fa si è rivolto alla nostra associazione, come spesso capita, un giovane di Teulada. Ci ha scritto una bellissima email, che sintetizzo così: «Vorrei tanto trovare lavoro nel mio paese, non dovermi allontanare da casa, ma so che questo non è possibile. So anche che in questo momento condivido il problema del lavoro con la stragrande maggioranza dei miei coetanei ma mi rendo conto che non è giusto. Non è giusto che i giovani non abbiano un lavoro e meno ancora che per sperare di trovarlo debbano lasciare la propria terra». Io ho risposto a questo ragazzo dandogli ragione, perché ha ragione. Cosa risponderebbe Todde?
da La Nuova Sardegna, 3 ottobre 2010
AMBIENTE. A Teulada il turismo diventa nuovo feudalesimo. Malfatano e la collina di Tuerredda trasformati in un cantiere edile Progetto devastante, c’è da vergognarsi. Giorgio Todde
Malfatano e la collina di Tuerredda, trasformati in cantiere edile. Un progetto invasivo che arriva dritto dai terribili anni sessanta. La solita balla da capitan Fracassa che 150.000 metri cubi porteranno “lavoro” per incanto. Rivive l’antica pars dominicana, quella del padrone, a scapito della comunità di massai. I teuladini condannati a divenire un’indifferenziata manovalanza – un cameriere ogni quaranta posti letto, qualche muratore a scadenza, qualche giardiniere che anziché innaffiare il proprio campo provvederà ai giardini dei prìncipi – e un plotone di disoccupati ai margini del territorio dei nuovi signori delle spiagge e delle campagne vendute. E quando i nuovi padroni di Teulada chiederanno, per capriccio e concessione, qualche prodotto locale per la mensa dei ricchi, non ci saranno neanche formaggio, vino, grano per il pane, perché a Teulada non si produrrà più nulla. Il «modello di sviluppo» che il sindaco immagina per i suoi cittadini è talmente retrò da costituire una novità. E toglie speranza apprendere che il progetto Malfatano si sia concretizzato, anni fa, con un sindaco che si qualificava progressista. Altro che progresso. Altro che «indotti economici» per tutti. Questo è un modello con il quale si rinuncia al miglioramento sociale, alla qualificazione professionale, all’agricoltura, alla possibilità di operare e vivere secondo le personali capacità, si accettano tassi desolanti di scolarizzazione, si negano apprendimento e conoscenza, uniche forma di ricchezza durevole di una comunità. Nessuno immagina che i teuladini debbano rinchiudersi nei «furriadroxius», fissati in una macchina del tempo. Le donne all’arcolaio, i maschi con la falce nei campi e con le greggi nei pascoli. Ma un’amministrazione deve provvedere, o tentare di provvedere, allo studio, a una possibilità di vita dignitosa, indipendente ed economicamente accettabile, a un lavoro duraturo per i suoi amministrati. Deve immaginare un’economia reale di cui sia responsabile la comunità, non un’economia affidata ad altri, a capitali luccicanti che alimentano se stessi. Non deve consegnare i propri cittadini e la terra su cui cammina e vive ad altri. E’ inammissibile che il sindaco di quel paese, impresario edile, propugni una crescita fondata su un uso atroce del mattone che ha fallito ovunque e in certi casi è saltato in aria con fragore. Le comunità che hanno distrutto le proprie peculiarità si sono inesorabilmente impoverite. Ancora di più quando hanno «sgombrato» dalla loro incomoda presenza il proprio territorio più bello.
Edilizia e turismo non sono veleni in sé, s’intende. Il veleno è contenuto nell’eccesso e nell’uso improprio delle due risorse che divengono tossiche se male utilizzate, nella politica microscopica che si allinea con i poteri economici dalle cui tasche cascano resti e rimasugli sui quali noi isolani da mezzo secolo ci avventiamo famelici. Il veleno è nel considerare «inutilizzato» un luogo intatto mentre lasciarlo com’è è il migliore degli «usi» possibile. Ci rassicura un’idea, una filosofia economica che preveda «anche» il turismo ma conservando il legame con le proprie origini, senza distruggere il territorio e senza l’onta dello «sfratto» a chi lo abita e lo lavora da secoli. Un turismo tutto in mano a chi vive davvero i luoghi e li «risparmia». Economie agricole aggiornate, lontane dalla retorica del contadino zappatore con la schiena curva. Una comunità operosa che costruisce il futuro sul proprio passato.
La nuova «signoria fondiaria» decisa dal Comune di Teulada ci riporta indietro sino all’economia curtense quando il signore del castello dominava grandi territori e lasciava le briciole ai massai. E proviamo per questo una profonda, dolorosa vergogna.
Gabbiano reale
(foto C.B., S.D., archivio GrIG)
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