La pensione al marito assassino
La sorella della vittima annuncia una battaglia legale in difesa dei diritti della nipote minorenne. Lettera al presidente della Repubblica.
L 'Inpdad ha detto sì: il vedovo ha diritto alla pensione di reversibilità della moglie. E non importa se è stata ammazzata proprio dal marito. Non rileva neppure l'esistenza di una orfana minorenne che per dodici anni, fino al mese scorso, ha percepito la pensione della madre.
La burocrazia non tiene conto di omicidi, processi o condanne. O, forse, il fatto che l'uxoricida abbia scontato la pena basta per levare l'assegno alla figlia minorenne che vive con la famiglia degli zii materni. Che ora denunciano «questa vicenda vergognosa» della quale informeranno pure «il Capo dello Stato».
Irene Mele è una signora nuorese di mezza età tanto addolorata quanto arrabbiata. È la sorella di Annamaria, impiegata al ministero del Lavoro, uccisa il 3 dicembre 1998 dal marito Pierpaolo Cardia, guardia forestale: un litigio in camera dal letto e poi l'uomo aveva armato la pistola d'ordinanza, appoggiato la canna alla testa della moglie e premuto il grilletto. La figlia di sei anni era nella stanza a fianco. Dopo si era ripulito, aveva portato la bimba dai nonni ed era andato a costituirsi. Processato con l'abbreviato era stato condannato a 14 anni e mezzo. Indulto e benefici vari lo hanno rimesso in libertà il 30 novembre 2007. Nove giorni dopo ha chiesto la pensione di reversibilità della moglie che veniva versata su un conto della figlia. Intanto si è opposto alle richieste dei tutori della figlia per il possesso della casa del delitto, vuota da allora. E dire che non ha mai versato neanche la provvisionale di 80 milioni di lire fissata dalla Corte d'assise di Nuoro.
La sorella della vittima grida allo scandalo ed è determinata a portare all'attenzione della pubblica opinione l'intera vicenda.
Stando alle motivazioni della sentenza d'appello il matrimonio tra Annamaria Mele e Pierpaolo Cardia ha cominciato presto a vacillare ma c'era la bambina, così la coppia aveva deciso di andare avanti. Poi c'era stata una grave malattia della moglie, altro motivo per sopportare ancora. Ma quando era saltata fuori la relazione con un'altra donna erano state avviate le pratiche per la separazione: l'udienza per l'omologazione dell'accordo era già fissata. Qualche giorno prima, però, era scoppiato un litigio sulle modalità: Annamaria voleva trasferirsi a Sassari e portare con sé la bambina. Da qui in poi ci sono solo le parole dell'imputato: il comportamento della moglie lo aveva esasperato, sarebbe stato pure minacciato di morte e, comunque, stava subendo una separazione che non voleva, sarebbe voluto restare a casa, per amore della figlia. I giudici di primo grado avevano valutato queste circostanze e alla fine era arrivata una condanna considerata mite dai parenti della vittima. Ma in appello la storia era stata ricostruita in altro modo: a subire la separazione era stata la moglie che, fiaccata dalla malattia, aveva pure saputo della relazione extraconiugale. Ed ecco perché i giudici avevano definito «inadeguata alla gravità del fatto» la pena inflitta. Ma poiché la sentenza non era stata impugnata dal pubblico ministero la pena non era cambiata.
E ora si preannuncia una nuova battaglia legale: gli avvocati Annamaria Busia e Francesca Calabrò cercheranno di far valere in sede civile i diritti della ragazzina. Che ha ricevuto dal padre di nuovo libero una lettera: «Il 50 per cento della responsabilità di quello che è successo è colpa di tua madre».
MARIA FRANCESCA CHIAPPE
